Il solare termico contro le brutture architettoniche

Questa epoca storica sarà probabilmente ricordata anche per la battaglia contro ogni forma di inquinamento. La più importante è certamente quella contro l’inquinamento dell’aria e delle acque, causato dall’attività industriale, altamente energivora. Meno
critica, ma certamente importante per il benessere generale, è la battaglia contro
l’inquinamento acustico.
La prima battaglia si combatte in vari modi. Ciò che negli ultimi anni va più di
moda ed è considerata, forse con un po’ troppo ottimismo, la soluzione ottimale è lo
sfruttamento delle fonti rinnovabili, solare ed eolica su tutte. La seconda si combatte
utilizzando materiali fonoassorbenti nelle nuove costruzioni e, dove possibile, nelle
ristrutturazioni e, in modo ancora più diffuso, installando barriere antirumore, spesso di una
bruttezza indicibile.
Vi chiederete dove sta il legame tra queste due battaglie anti-inquinamento e perché il solare termico può essere utile anche a eliminare certe brutture dai nostri panorami.
La risposta arriva, ancora una volta, dalla Germania, sempre più all’avanguardia nello
sfruttamento razionale delle fonti rinnovabili. In una città del Baden-Wüttenberg, Crailsheim, tra Stoccarda e Norimberga, si è posto il problema di isolare acusticamente un quartiere di nuova costruzione, Hirtenwiesen II, da una zona industriale sorta sul sedimento di un vecchio aeroporto militare. Invece delle solite barriere antirumore, è stato realizzato un terrapieno, sul cui lato meglio esposto al sole, sono stati installati pannelli solari termici. L’idea, originale e “smart”, era quella di
rendere energeticamente utile e attiva la parte di terreno destinata alle barriere anti rumore, rendendola allo stesso tempo fruibile come verde pubblico.
La scelta del solare termico è apparsa subito la più interessante, vista la necessità di fornire
acqua calda per riscaldamento e per uso sanitario all’intero quartiere, sia per il miglior
rendimento dei pannelli termici rispetto a quelli fotovoltaici, sia per la maggiore facilità di realizzazione di accumulo termico rispetto a quello elettrico.


Nel giro di 7 anni, tra il 2005 anno in cui si è iniziato il progetto, e il 2012 in cui è stata completata la prima fase, sono stati installati 7300 m2 di collettori solari, in grado di fornire 5.1 MW termici e di provvedere al 50% del fabbisogno termico di 260 unità immobiliari. L’accumulo è stato ottenuto con due serbatoi da 100 m3 e 480 m3 con funzione di buffer di breve termine, e un serbatoio interrato di 37500 m3, con funzione di buffer stagionale. La gran parte dei collettori è stata disposta sul terrapieno antirumore, abbellito da piante ornamentali e aiuole fiorite, e lungo il quale corre una pista ciclabile, come si può vedere dal sito dedicato al progetto e in una scheda riassuntiva dello stesso. Altri collettori sono stati posti sui tetti degli edifici.
Questo impianto, ormai in funzione da quasi 5 anni, genera 370 kWh/m2a all’anno e protegge il quartiere dal rumore della vicina zona industriale. È considerato e citato come esempio di impiego intelligente dell’energia solare.
E da noi? Verrebbe da dire: notte fonda. Qualche partecipazione a progetti di ricerca europei nell’ambito del programma Horizon 2020, ma, a conoscenza di chi scrive, nessuna realizzazione significativa. C’è da chiedersi perché, visto che di situazioni simili, su stessa scala e su scale diverse, a quella di Crailsheim se ne incontrano parecchie.
Provo a darne una spiegazione, basata su un caso reale di cui mi è capitato recentemente di occuparmi.
La scala è decisamente inferiore a quella di Crailsheim. Si tratta, molto più modestamente, di un’area lottizzabile di un piccolo paese della bassa padana, come ce ne sono tante, di circa 14000 m2, racchiusa tra strada statale e ferrovia. Secondo quanto previsto dal DPR 459/98, alcuni lotti si trovano all’interno della fascia B di pertinenza dell’infrastruttura ferroviaria, e altri all’interno della fascia B di pertinenza dell’infrastruttura stradale. La situazione è indicata in figura 1, dove sono riportati i confini dell’area lottizzabile ed i singoli lotti, e i limiti delle fasce B.
Il Comune su cui sorge l’area lottizzabile, con proprio Piano Zonale di Classificazione Acustica ha ulteriormente ridotto i limiti del DPR 459/98, fissandoli in 55 dBA diurni e 45 dBA notturni. Le immissioni acustiche misurate in prossimità del limite nord dell’area lottizzabile, all’interno della fascia B di pertinenza dell’infrastruttura ferroviaria, sono risultate superiori ai limiti fissati dal Comune e richiedono la realizzazione di barriere per la loro riduzione.
Come da prassi consolidata, il Piano Urbanistico Attuativo prevede che l’impresa lottizzante esegua a suo carico tutti i lavori di urbanizzazione, ivi compresa la realizzazione di barriere antirumore da porre lungo la ferrovia.
Essendo a conoscenza della soluzione adottata a Crailsheim, ho suggerito all’impresa lottizzante di esaminare la fattibilità, su scala ridotta, di una soluzione simile. Un primo studio di fattibilità ha mostrato che l’installazione di barriere realizzate con terre rinforzate, disposte come indicato in figura 2, per uno sviluppo lineare complessivo di circa 90 m, con altezza di 5 m, consentirebbe sia di ridurre le immissioni acustiche al di sotto dei limiti fissati dal Comune, sia di installare collettori per una potenza complessiva di circa 167 kW termici. Avendo le barriere un lato rivolto a sud – sud ovest, con i dati medi di insolazione della zona, si può ipotizzare una produzione media annua di poco più di 200 MWh termici, sufficiente, con un modesto accumulo, a coprire circa il 50% del fabbisogno di calore delle unità immobiliari previste dal piano di lottizzazione.
Sembrerebbero le condizioni ideali per un progetto pilota che possa costituire anche un dimostratore per quell’area geografica, densa di situazioni simili a quella descritta e con un clima che favorisce il ristagno degli inquinanti al suolo per gran parte dell’anno. Ci si aspetterebbe quindi di vedere questo progetto se non già realizzato, quanto meno in corso di realizzazione.
Invece no. Arenato sul più classico degli impedimenti: mancanza di finanziamenti. Questo tipo di barriere e l’impiantistica richiesta per renderle “attive” hanno un costo decisamente superiore a quello delle tradizionali barriere. Il rientro dall’investimento è a lungo termine e richiederebbe che l’impresa costruttrice si trasformasse in provider energetico, soluzione assai poco percorribile.


Dal momento che le opere di urbanizzazione, una volta realizzate, vengono cedute al Comune che le ha richieste, sembrerebbe naturale che anche l’impianto solare di generazione del calore venisse ceduto al Comune, ma, visto che poi i proventi futuri andrebbero al Comune, ci si aspetterebbe un contributo del Comune stesso alla realizzazione delle opere. Sappiamo quali siano le disponibilità di spesa dei Comuni e quindi non meraviglia che, pur a fronte di un interesse a sostenere l’iniziativa, questo progetto non abbia ricevuto alcun sostegno economico dal Comune.
I finanziamenti regionali, che distribuiscono i Fondi Europei per lo Sviluppo Regionale (FESR) a sostegno delle piccole e medie imprese, si configurano come crediti agevolati, con piani di restituzione del credito in tempi medio-brevi, che sono però incompatibili con un qualunque piano economico per questo tipo di progetti, per i quali il rendimento si misura più in termini di contributo al miglioramento della qualità ambientale che in termini di ritorno economico.
La triste conclusione è che ci sarà un’ennesima, antiestetica barriera antirumore e le case di nuova costruzione continueranno a essere riscaldate dalle tradizionali caldaie individuali a gas, con buona pace del tanto sbandierato e sollecitato sfruttamento delle fonti rinnovabili. Come ho scritto nel titolo, negli altri paesi questi impianti sono una realtà, mentre da noi restano una chimera per l’assenza di finanziamenti destinati a sostenere questo tipo di iniziative. Sembra che la distanza tra la bassa padana e il Baden-Wüttenberg sia abissalmente maggiore dei 600 km indicati da Google map!